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lunedì 28 gennaio 2013

Di stampini, muffin e casualità


Tempo fa avevo visto esposta, nell’edicola della metropolitana, una di quelle raccolte periodiche che al primo numero paghi pochi centesimi e ti regalano di tutto, il secondo è ancora in offerta e poi per completarla ci sono180 comode uscite settimanali a 10 euro l’una che-con-gli-stessi-soldi-ti-paghi-tre-mesi-di-mutuo. Comunque. Avevo visto appunto il primo numero di questa raccolta dedicata ai dolci e alla pasticceria, “nell’imperdibile offerta lancio”, in cui oltre al fascicolo con le ricette (abbastanza inutile, visto che io ormai cerco tutto su internet) c’erano in regalo sei stampini in silicone per fare muffin e cupcakes.
Insomma, mi sono fatta prendere dall’acquisto d’impulso, ho portato a casa tutto il catafalco (che qualcuno mi deve ancora spiegare che bisogno c’è di confezionare 7x7 cm di stampini e un fascicoletto da 20 pagine in formato A4 su un supporto di cartone e plastica 80x50) ho guardato distrattamente le ricette e archiviato nel cassetto i pirottini. Poi varie vicissitudini mi hanno portato a ignorare la nuova attrezzatura finché, pochi mesi fa mi è partita la fissa dei muffin. Salati.
Così, cercando qua e là su internet, facendo calcoli e proporzioni per capire le dosi giuste per il numero di stampini a mia disposizione, mettendo insieme due o tre ricette per arrivare a individuare un impasto base che mi permettesse di cambiare gli ingredienti “caratterizzanti” di volta in volta, sono nati dei muffin alla zucca e pancetta abbastanza buoni, ma non completamente soddisfacenti.
Poi, in ufficio è stata lanciata l’idea del muffin contest (a quanto pare siamo una redazione molto cuciniera) e quindi si è resa necessaria una nuova sperimentazione. Una sorta di ritiro pre-partita, insomma. Stavolta non ho usato la zucca (ché non l’avevo e che richiede anche una preparazione un po’ più lunga) e ho aggiunto la ricotta. E anche se sicuramente ci sono margini di miglioramento, sono molto soddisfatta del risultato che, quindi, ho deciso di condividere con voi. Enjoy!

martedì 4 dicembre 2012

Se di lavoro si muore



In realtà stavo preparando un altro post per oggi. Solo che ieri sera, guardando Gramellini a Che tempo che fa, ho sentito per la prima volta parlare di Isabella Viola e della sua storia, passata un po’ in sordina sui giornali e i quotidiani nazionali. Questa donna aveva più o meno la mia età. Ed è letteralmente morta di fatica. Nel 2012. In Italia. Non in Africa, non nel terzo mondo. È morta di fatica in un paese che fa parte del G8, che nonostante spread, triple A che vengono messe e tolte come cappotti, un Pil terrificante e un sacco di problemi, rappresenta comunque una delle principali economie mondiali.

lunedì 26 novembre 2012

Niente lacrime per la signorina Olga




Il mio sogno nel cassetto (uno dei tanti) sarebbe diventare autrice di gialli di successo. O meglio. Diventare un'autrice di gialli sarebbe già un ottimo punto di partenza. Al successo ci pensiamo poi. Quindi, in attesa di trovare l’idea geniale per scrivere la mia personale detective story, divoro quelle altrui. Il problema è che avendone ormai lette moltissime sono diventata di gusti difficili e piuttosto criticona per quanto riguarda gli intrecci. Come se non bastasse, un po’ per dote naturale, un po’ per deformazione professionale, sono un “cane da tartufo” per refusi e, soprattutto, incongruenze, errori di stesura, contraddizioni nel testo. E quando ne trovo, soffro.
Ma quel personaggio, in quel momento, non c'era e adesso invece si racconta che era presente. Frenetico rumore di pagine sfogliate per guardare qualche passo prima. Sarò io che non ricordo? Avrò letto male? Mi sono distratta? Non ero attenta? No. C’è l’errore nel libro. Nero su bianco.

venerdì 28 settembre 2012

Quel curioso concetto che si chiama libertà...


Non so. La levata di scudi della stragrande maggioranza dei direttori e giornalisti di punta italiani in difesa di Sallusti un po’ mi preoccupa e mi spaventa. Come se in pericolo ci fosse davvero la libertà di opinione e di stampa e il direttore del Giornale fosse l’agnello sacrificale che emenderà questa Italia dal regime totalitario della magistratura rossa.
Personalmente credo che se l’Italia si trova attualmente al 61° posto della classifica di Reporter Senza Frontiere – preceduta da numerosi stati sudamericani, asiatici e africani tra cui la Corea del Sud e la Nigeria – la colpa vada ricercata altrove. E certo la libertà di stampa non si misura con la possibilità di diffamare. Perché, alla fine, di questo si tratta. Le condanne in primo e secondo grado, confermate dalla Cassazione, non sanzionano certo lo stile, il taglio e certe opinioni iperoscurantisti, ultracattolici e vagamente veterofascisti di cui il pezzo a firma Dreyfus (e la scelta dello pseudonimo è quantomeno discutibile) è abilmente infarcito. 
La magistratura ha rilevato che, semplicemente, in quell’articolo sono stati raccontati fatti non veri, anzi smaccatamente falsi. Che non sono, poi, mai stati rettificati dal quotidiano. Poco importa che, con un grandioso coup de théatre e al riparo della sua carica da parlamentare, Renato Farina abbia infine confessato di essere lui l'autore dell'articolo.
Il direttore è e rimane “responsabile”. Fa parte del suo ruolo, è scritto sul colophon. Rientra nello stipendio, profumatissimo, che percepisce. Il direttore detta la politica editoriale. Controlla che i suoi giornalisti si attengano a questa linea. Che rispettino la deontologia professionale. E che quindi, magari, verifichino le notizie prima di darle in pasto alle rotative. Sallusti ha accettato di pubblicare una vera porcata. E ne è responsabile. E ne deve comunque rendere conto. E pagare.
Si può discutere sull’opportunità o meno di mandare in carcere chi si macchia del reato di diffamazione, preferendo multe, ammende, lavori forzati o socialmente utili. Ma resta intatta la responsabilità di chi ha “sbattuto il mostro in prima pagina” senza verificare che esistesse davvero. E questo con la libertà di stampa e di opinione ha ben poco a che vedere.