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lunedì 17 novembre 2014

A proposito di fortuna, coraggio e opportunità: 14 mesi in UK

Sorry guys, too difficult to translate it in English!
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Quando lavoravo al Castello, la gloriosa casa editrice in cui ho scoperto la mia autentica vocazione di pignolina rompiballe, sapevo che la parola "opportunità" nascondeva invariabilmente una sòla. Più o meno evidente, più o meno sòla, ma di solito la frase "Ale, hai vinto un'opportunità", significava "Ale, sto per rifilarti uno schifoso lavoretto che nessun altro può/vuole fare, mi dispiace tantissimo ma non c'è altra soluzione". 
Normale che, dopo sette anni e mezzo passati a guardare le "opportunità" tenendo la schiena ben attaccata al muro, ogni volta che qualcuno pronuncia quella parola la mia reazione è sempre molto composta. Avete presente i gatti quando gonfiano il pelo e si mettono a soffiarti in faccia? Ecco.

lunedì 11 agosto 2014

Lost in translation



As I wrote a couple of months ago, if it had been completely up to me, I would have rather move to France. No offence Brits, but I relate better with French people. They have better food, better accommodations (again, no offence!), they are almost as bad organised as Italians (which is a lot of points for Britain, to be honest) but, most of all, my relationship with French has been 
thriving and flourishing for many years of deep happiness. Can't tell the same about English.
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Come scrissi qualche tempo fa, fosse dipeso esclusivamente dalla mia volontà mi sarei trasferita in Francia. Senza offesa per i Britannici, ma con i Francesi mi relaziono meglio. Hanno cibo migliore, case migliori (ancora, senza offesa, neh!), sono disorganizzati quasi quanto gli Italiani (e onestamente questa cosa fa guadagnare un sacco di punti agli Inglesi), ma soprattutto il mio rapporto con il francese è sempre stato florido e felice. Con l'inglese non è stata esattamente la stessa cosa.

lunedì 17 febbraio 2014

On the wrong side



Truth is: if it had been completely up to me, in this moment I would probably be in Lyon with my friend Julia, sitting outdoor in front of the Saône even if it were chilly, drinking Chardonnay, eating oysters and rolling my Rs. Because, let's be totally honest, I, Alessandra, would have moved to France rather than to England. No offence, British people, don't take it personally. 
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La verità? Se fosse dipeso solo ed esclusivamente da me, in questo momento sarei probabilmente a Lione con la mia amica Julia, seduta su qualche tavolino all'aperto di fronte alla Saona, anche con il termometro vicino allo zero, a sorseggiare Chardonnay, mangiare ostriche e arrotolare le mie R. Perché, siamo sinceri, la sottoscritta avrebbe preferito trasferirsi in Francia anziché in Inghilterra. Senza offesa, popolo di Albione, non prendetela sul personale.

lunedì 20 gennaio 2014

Let's talk about cliches



Ehi! It's been already four months since I moved here! Time flew, indeed! And I'm quite proud I haven't changed myself into the horrible Italian-living-in-UK cliche, always complaining about food, and weather, and coffee, and houses, and so on. Thinking about it, Italians do complain a lot, sometimes.
To be honest, apart from houses – that's a subject I will come back later on – there's not so much to complain about. What I mean is that we have a lot of prejudices about overseas, both positive and negative, and sometimes we stick to them even if we are proven they're quite incorrect. Of course, stereotypes usually come from reality, but that doesn't mean they're always true.
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Ehi, come vola il tempo! Sono già quattro mesi, ormai, che sono qui! E sono piuttosto orgogliosa di non essermi ancora trasformata nell'orribile cliché dell'Italiano-che-vive-in-UK e si lamenta in continuazione del cibo, del tempo, del caffè, delle case eccetera eccetera. E pensandoci bene... noi Italiani ci lamentiamo un sacco, a volte.
A essere onesti, a parte le abitazioni – argomento su cui tornerò – non è che ci sia molto di cui lamentarsi. Voglio dire, abbiamo solitamente un sacco di pregiudizi sull'estero, positivi e negativi, e a volte ci aggrappiamo a questi anche quando vediamo che non sono del tutto corretti. Chiaro, gli stereotipi solitamente nascono dalla realtà, ma questo non significa che siano sempre veri.

martedì 8 gennaio 2013

Stoccolma, la Svezia e gli Svedesi: la top 10

Tanto per cominciare, buon 2013 a tutti! Vi piace il nuovo styling del blog? Tolte le decorazioni natalizie ho scelto i colori del cioccolato che mi danno una bella idea di calore visto che siamo ancora nel bel mezzo dell'inverno. Oddio, sabato a Milano c'erano 17 gradi, un bellissimo sole e il cielo terso che faceva vedere la corona delle montagne innevate... ma niente paura, già ieri è arrivata la nebbia a ricordarci che siamo sempre in Val Padana. E che è gennaio, non ci si faccia illusioni!


sabato 8 dicembre 2012

I'm dreaming of a white Christmas?

A Milano è arrivata la prima neve. Un spruzzata, a ben guardare, ma ieri pomeriggio sembrava non volesse mai smettere, con quei fiocchi che danzavano vorticosamente, imbiancando piano piano le cime degli alberi ormai quasi completamente spogli. Questa qua sotto è la mia maggiorana stamattina, quando insieme al sole è arrivato anche un gelo polare.



























martedì 4 dicembre 2012

Se di lavoro si muore



In realtà stavo preparando un altro post per oggi. Solo che ieri sera, guardando Gramellini a Che tempo che fa, ho sentito per la prima volta parlare di Isabella Viola e della sua storia, passata un po’ in sordina sui giornali e i quotidiani nazionali. Questa donna aveva più o meno la mia età. Ed è letteralmente morta di fatica. Nel 2012. In Italia. Non in Africa, non nel terzo mondo. È morta di fatica in un paese che fa parte del G8, che nonostante spread, triple A che vengono messe e tolte come cappotti, un Pil terrificante e un sacco di problemi, rappresenta comunque una delle principali economie mondiali.

mercoledì 21 novembre 2012

Di mercatini, discariche e teatri

Come scritto qualche post fa, a ottobre l’Ing e io abbiamo imbiancato casa e rivisto la disposizione di alcuni mobili. Il che ha comportato naturalmente lo svuotamento dei suddetti mobili, per riuscire a spostarli, e di conseguenza una delle mie attività preferite: l’eliminazione di quello che non serve più.
Ora. Io sono una che tende a non buttare via niente perché mi affeziono, per di più non mi piace buttare via cose che magari sono ancora sane solo perché non mi servono o non mi piacciono. Solo che non sapendo a chi darle, finisce che rimangono per mesi, magari anni, in cantina o in box. Così finalmente sabato mi sono decisa e ho cominciato a portare parte di queste cose a un mercatino dell’usato dove magari troveranno qualcuno a cui servono davvero. E mentre giravo per gli scaffali di questo mercatino, ammirando servizi di piatti e bicchieri, completi da uomo, orologi a cucù, passeggini e seggiolini per auto, giocattoli e sedie e sgabelli e tavolini, riflettevo che ci circondiamo veramente di un sacco di oggetti. Ma davvero tanti, tantissimi. Troppi. Cose che magari compriamo per impulso, o che ci regalano perché determinate occasioni impongono che si debba fare un regalo, e che però non useremo mai.

venerdì 28 settembre 2012

Quel curioso concetto che si chiama libertà...


Non so. La levata di scudi della stragrande maggioranza dei direttori e giornalisti di punta italiani in difesa di Sallusti un po’ mi preoccupa e mi spaventa. Come se in pericolo ci fosse davvero la libertà di opinione e di stampa e il direttore del Giornale fosse l’agnello sacrificale che emenderà questa Italia dal regime totalitario della magistratura rossa.
Personalmente credo che se l’Italia si trova attualmente al 61° posto della classifica di Reporter Senza Frontiere – preceduta da numerosi stati sudamericani, asiatici e africani tra cui la Corea del Sud e la Nigeria – la colpa vada ricercata altrove. E certo la libertà di stampa non si misura con la possibilità di diffamare. Perché, alla fine, di questo si tratta. Le condanne in primo e secondo grado, confermate dalla Cassazione, non sanzionano certo lo stile, il taglio e certe opinioni iperoscurantisti, ultracattolici e vagamente veterofascisti di cui il pezzo a firma Dreyfus (e la scelta dello pseudonimo è quantomeno discutibile) è abilmente infarcito. 
La magistratura ha rilevato che, semplicemente, in quell’articolo sono stati raccontati fatti non veri, anzi smaccatamente falsi. Che non sono, poi, mai stati rettificati dal quotidiano. Poco importa che, con un grandioso coup de théatre e al riparo della sua carica da parlamentare, Renato Farina abbia infine confessato di essere lui l'autore dell'articolo.
Il direttore è e rimane “responsabile”. Fa parte del suo ruolo, è scritto sul colophon. Rientra nello stipendio, profumatissimo, che percepisce. Il direttore detta la politica editoriale. Controlla che i suoi giornalisti si attengano a questa linea. Che rispettino la deontologia professionale. E che quindi, magari, verifichino le notizie prima di darle in pasto alle rotative. Sallusti ha accettato di pubblicare una vera porcata. E ne è responsabile. E ne deve comunque rendere conto. E pagare.
Si può discutere sull’opportunità o meno di mandare in carcere chi si macchia del reato di diffamazione, preferendo multe, ammende, lavori forzati o socialmente utili. Ma resta intatta la responsabilità di chi ha “sbattuto il mostro in prima pagina” senza verificare che esistesse davvero. E questo con la libertà di stampa e di opinione ha ben poco a che vedere. 

venerdì 31 agosto 2012

Aspettando settembre


Quello di cui, negli ultimi tempi, ho sentito molto la mancanza sono gli stimoli.
Non mi lamento del mio lavoro – già averne uno, direte voi – e del resto è quello che volevo fare o quasi. Il fatto è che io non incarno esattamente la giornalista d’inchiesta che svela le magagne dei politici e fa interviste scomode, non ho informatori di cui proteggere l’identità né faccio appostamenti alle tre di notte davanti alla casa del ministro di turno per scoprire che di nascosto riceve capi della mafia russa.
No. Quello che faccio è senz’altro più semplice e, per quanto bello e interessante, a volte un po’ ripetitivo. Non mi dà abbastanza stimoli. Si entra in redazione alle 9, si esce alle 18, si va a casa, si cena e... ci abbatte sul divano davanti alla televisione. Anche se magari non trasmettono nulla di interessante, cioè quasi sempre.


giovedì 2 agosto 2012

Summer time


Per me il momento in cui si tirano le somme, si chiudono bilanci e ci si apre alle novità è l’estate, certo non il 31 dicembre. Perché a giugno e luglio ci sono gli esami, chiudono le scuole, terminano i corsi di palestre e altre attività che ci tengono impegnati da settembre, si esce dalla routine in modo graduale e per un periodo più lungo rispetto agli effettivi giorni di ferie che si hanno. È uno stacco reale, percepibile, dopo il quale qualunque cosa ti aspetti è comunque nuova, anche senza esserlo davvero.
Il fatto è che in questi giorni sono decisamente arrivata al livello di saturazione di un anno davvero denso, in cui ho fatto moltissime cose. E adesso che sto vedendo avvicinarsi le ferie, mi rendo conto di tutta la stanchezza accumulata in 12 mesi. In ogni caso sono contenta. Non come se mi aspettasse il viaggio per le capitali del Nord che avevamo progettato e a cui abbiamo dovuto, al momento, rinunciare, ma sono contenta.
Sono contenta perché è comunque il periodo del riposo e dell’uscita dalla routine. E della possibilità di fare nuovi progetti. E questo è sempre entusiasmante.

giovedì 12 luglio 2012

La nevrosi del vicino è sempre più verde


Quando l’Ing e io abitavamo a Precotto, prima di approdare qui a Pleasantville, condividevamo il pianerottolo con il vicino V.
Il vicino V era un personaggio strano. Dormiva di giorno, non si alzava mai prima delle sei di sera e poi restava sveglio praticamente tutta la notte. Viveva da solo, ogni tanto passava a trovarlo la madre e da casa non usciva praticamente mai. La leggenda vuole che fosse caduto in depressione quando, dopo lo scudetto del 1989, l’Inter cominciò la sua lunga stagione perdente, ma si tratta di voci di pianerottolo mai confermate.
Comunque, dicevo... non usciva quasi mai ma ogni tanto era costretto e quindi apriva la porta di casa, scavalcava lo zerbino e chiudeva a chiave. La prima volta che lo sentii uscire fece talmente tanto rumore che corsi a vedere allo spioncino cosa succedeva. Mi si presentò questa scena: un tipo allucinato, bianco come un cadavere, con indosso una tuta di colore improbabile, un vecchio giaccone, una sciarpa di pile colorata e un cappello a cloche da pescatore che chiudeva otto – 8!!! – serrature, benediva la porta blindata con un segno di croce, le lanciava un bacio e scendeva le scale. Un. Vero. Pazzo.
Ovviamente dopo quell'episodio, ogni volta che sentivo scattare la prima delle 8 serrature andavo perfidamente a godermi lo spettacolo.

giovedì 31 maggio 2012

J, sgarruppata e felice


N è italiana, vive a Milano, ha un diploma di liceo e qualche esame all’università. Ha un lavoro da colletto bianco in una grandissima azienda, un contratto di quelli che fanno invidia e uno stipendio niente male.
J è francese, vive a Lione, non ha grandi studi alle spalle, niente maturità (o Bac, come lo chiamano lì), solo un diplomino professionale per lavorare come “vendeuse”. Che è poi un modo più elegante di dire commessa. Lavora in un negozio di scarpe e il suo stipendio quasi non supera i mille euro.
N è sposata. Anche suo marito lavora in una grande azienda, ottima posizione e ottimo stipendio. Hanno ottenuto facilmente un mutuo agevolato per comprare casa e ora abitano in un bel palazzo di un quartiere signorile.
J convive. Il suo compagno lavorava per un’agenzia che svolgeva indagini di mercato e interviste ai passanti. Ma l’agenzia ha chiuso e lui ha perso il lavoro. E in questo momento prende solo il sussidio di disoccupazione. Abitano in affitto, in un quartiere popolare, pieno di immigrati, in cui i negozi sono tutti di proprietà di arabi e indiani, a volte cinesi.
N ha due figli piccoli, belli e sani. Ha trovato posto per iscriverli al nido comunale così non deve stare a casa dal lavoro. Ogni tanto prende e parte con loro per qualche giorno. A volte al mare, a volte in montagna, così riesce a far cambiare loro aria. Le ferie non sono un problema.